Intervista di Massimo Zanichelli a Giorgio Cecchetto sulla Guida Cantine d’Italia 2015 di Go Wine

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Parlaci di te

Vivo e opero nelle terre del Piave. Dopo il diploma alla Scuola Enologica di Conegliano nel 1982, decisi di continuare il lavoro di mio padre, viticoltore e vinificatore. Nel 1986, gli anni del metanolo e di Chernobil, cominciai a potenziare l’azienda, comprando terreni e vasche (al tempo mio padre produceva solo 400 ettolitri di vino). Nel 1994 iniziammo a costruire la nuova cantina, portata a termine in altre due tappe (1996 e 2000), utilizzando materiali innovativi pur nel solco della tradizione come il legno lamellare e i mattoni a vista. E’ la chiave del mio lavoro: rileggere la tradizione alla luce della modernità. L’ho fatto soprattutto con il Raboso, il vitigno più rappresentativo del nostro territorio, ma anche con le altre varietà che coltiviamo. Oggi l’azienda conta 140 ettari tra proprietà e affitto, con il 50% di uve a bacca rossa, che comprendono anche le varietà bordolesi. Il prosecco fa comunque la voce grossa anche qui da noi, perché dal punto di vista economico è più redditizio.
Raccontaci il tuo territorio
Il Piave ha sempre avuto una vocazione viticola, fin dal tempo della Repubblica della Serenissima, che commerciava vino e granaglie sulle vie dell’Adriatico. Il Piave è sempre stato il territorio del Raboso, un rosso molto acido e colorato. Nel Cinquecento Giacomo Agostinetti scriveva che i veneziani lo usavano come uva da taglio. Dopo la metà degli anni Cinquanta del Novecento, al Raboso, che era l’uva dominante della zona, furono affiancati in quantità sempre più importanti i vitigni internazionali , dai rossi bordolesi al pinot grigio. E dove imperava il sistema a raggiera chiamato Bellussi, dal nome della famiglia di Tezze di Piave che per prima lo applicò su larga scala, subentrarono gli impianti a spalliera che favorirono la  meccanizzazione. Il passaggio dai sylvoz molto larghi e poco densi (2000 piante per ettaro), dove le viti erano spesso maritate ai gelsi, agli impianti più stretti della modernità ha favorito il cambiamento del paesaggio e del modo di fare vino. Nel frattempo la consapevolezza tecnica è cresciuta proporzionalmente al numero di enologi che ogni anno escono dalla Scuola Enologica di Conegliano, una grande risorsa per il territorio.
Cosa Significa produrre Raboso del Piave
Un atto di fede (ride). Significa soprattutto crederci, e avere rispetto di chi ci ha creduto. E come i nostri padri, e prima di loro i nostri nonni, anche noi dobbiamo trasmettere il nostro sapere alle generazioni del futuro.
Tre parole per definire lo stile del tuo Raboso
Cuore, passione, tradizione.
Tre parole per definire il tuo lavoro
Territorio, autenticità, tenacia. La tenacia della gente che non molla mai. Come il Raboso.
Il tuo pupillo
Dire il Gelsaia è forse un po’ scontato. La storia della nostra azienda l’ha scritta il Raboso tradizionale. E’ il vino in cui mi identifico e che mi ha aperto l’orizzonte della comprensione.
Il vino che ami bere a tavola
Vini di personalità. Vini che hanno resistito contro le mode e le tendenze, andando per la loro strada. Vini come quelli di Valentini o di Beppe Rinaldi.
Il colpo di fulmine
La Barbera di Giacomo Bologna. Grazie a lui la Barbera è diventata un rosso di livello assoluto.
Il vino di un altro che ti sarebbe piaciuto fare
L’Amarone di Quintarelli.
I tre vini del tuo cuore
Lo Chambertin di Armand Rousseau.
Lo Champagne Substance di Selosse.
Il Barolo di Beppe Rinaldi.
Il colore della tua vita.
Rosso. Rosso raboso (ride).
Il libro più amato
Mi piacciono molto le biografie. Soprattutto degli uomini del vino.
Il piatto preferito
“Radici e fasioi” conditi con il lardo. Ma anche l’uovo con il tartufo.
Motto personale
Chi la dura la vince.
Pensieri per il futuro
Penso di aver dedicato molte energie al Raboso, risollevandolo per così dire dalle sue ceneri. Oggi mi sento di abbracciare altre sfide. Come la sostenibilità. Con vini rispettosi dell’ambiente, dell’uomo e del consumatore.

 

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On 30 Gennaio 2015
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